La frattura del femminile

Il tradimento della madre o della sorellanza come ferita dell’identità femminile

Esistono ferite che lasciano cicatrici visibili e ferite che si insinuano nell’anima senza fare rumore. Tra queste ultime vi è una forma di trauma relazionale di cui si parla ancora poco: il tradimento proveniente dal cerchio delle donne. Là dove una bambina dovrebbe trovare riconoscimento, protezione e appartenenza, può invece incontrare violenza psicologica, abbandono, silenzio o omertà.

La costruzione dell’identità femminile nello sguardo materno e nel gruppo femminile.

La psicologia analitica ci insegna che l’identità non nasce nell’isolamento, ma prende forma nello sguardo dell’altro. Per una bambina, il primo specchio è la madre; successivamente sono le sorelle, le zie, le nonne e le altre figure femminili della famiglia e della comunità a confermare — oppure a negare — il suo diritto di esistere nella propria femminilità. Quando quello sguardo diventa invidioso, svalutante o persecutorio, la ferita non riguarda soltanto l’autostima: raggiunge il nucleo stesso dell’identità femminile.

Talvolta una bambina diviene bersaglio proprio perché portatrice di una qualità naturale: la bellezza, il carisma, la sensibilità, l’intelligenza intuitiva o una particolare luminosità interiore. Doni che, invece di essere accolti come una ricchezza per l’intero gruppo femminile, vengono vissuti da alcune donne come una minaccia. L’invidia, quando non viene riconosciuta ed elaborata, può trasformarsi in ostilità.

È qui che nasce la figura simbolica della “sorellastra”. Non si tratta necessariamente di una familiare acquisita: può essere una madre, una sorella, una zia, una nonna o qualunque altra donna appartenente al cerchio familiare. In questa prospettiva simbolica, la sorellastra rappresenta un femminile che, incapace di riconoscere la propria ricchezza interiore, tenta — più o meno inconsapevolmente — di limitare o distruggere quella di un’altra, percepita come più fortunata o più luminosa.

Le forme cliniche del femminile ferito: tra inconsapevolezza e dipendenza affettiva

Questo processo non nasce sempre dalla cattiveria. Talvolta si manifesta attraverso modalità apparentemente affettuose e persino animate dalle migliori intenzioni. Una madre, una nonna o una zia possono, ad esempio, evitare di proteggere una figlia vittima di abuso; oppure affidarle ruoli sproporzionati alla sua età, trasformandola nella propria confidente, aiutante, infermiera o bambinaia dei fratelli. Tutto ciò può avvenire in modo inconsapevole e pervasivo, sostenuto da ricompense affettive — approvazione, complimenti, gratitudine, regali — che mantengono la bambina in una posizione di dipendenza emotiva.

La sorellastra o la matrigna, dunque, non sono necessariamente “cattive” nel senso morale del termine. Rappresentano piuttosto un femminile ferito e immaturo che, invece di generare vita e favorire la crescita, diventa persecutorio o inconsapevolmente distruttivo nei confronti del potenziale della bambina.

Questo non significa assolvere il danno subito, ma comprenderne l’origine. Molto spesso quel femminile non ha mai ricevuto, a sua volta, uno sguardo capace di riconoscere i propri autentici talenti, si è semplicemente adattato ad un ruolo funzionale affidatole dalla madre. La ferita quindi si trasmette di generazione in generazione finché una donna non decide di interromperne la catena.

L’aggressione esercitata da questo femminile assume raramente la forma della violenza fisica. Più spesso è una violenza relazionale, sottile e invisibile, che si manifesta attraverso umiliazioni, manipolazioni, confronti continui, esclusione, svalutazione, sarcasmo, silenzi punitivi, ambiguità affettiva o condizionamento emotivo.

Si tratta di un abuso psicologico che agisce lentamente, modificando il modo in cui la persona percepisce sé stessa e il proprio valore, talvolta per molti anni, fino a quando la consapevolezza non permette di interrompere il condizionamento interiorizzato.

Dal punto di vista simbolico, questa esperienza è particolarmente dolorosa perché proviene proprio da coloro che dovrebbero custodire il mistero della femminilità. Non è soltanto il tradimento di un legame: è il tradimento di un principio archetipico. La bambina può così interiorizzare l’idea che essere pienamente sé stessa sia pericoloso, che ” brillare ” comporti una punizione e che la propria bellezza — intesa nel senso più ampio del termine — debba essere nascosta per poter sopravvivere.

Le conseguenze psichiche: scissione, Animus e fragilità del Sé

Nel linguaggio junghiano questa ferita può favorire una profonda scissione psichica. Alcune donne sviluppano un Animus rigido, ipercritico e severo, che le costringe a vivere nella prestazione e nell’autocontrollo, rinnegando il sentire per difendersi da un mondo percepito come non protettivo. Altre rimangono imprigionate in una fragilità cronica, incapaci di riconoscere il proprio valore anche quando ricevono approvazione dall’esterno. In entrambi i casi, il Sé rischia di essere oscurato da complessi costruiti intorno alla vergogna e al rifiuto.

Le fiabe come mappe simboliche della psiche

Le fiabe custodiscono da secoli la memoria di questa dinamica. Non sono racconti ingenui, ma autentiche mappe simboliche dell’anima.

In Vasilissa la Bella, la madre muore e viene sostituita da una matrigna con due figlie che cercano sistematicamente di eliminare la protagonista. La mandano nel bosco dalla strega Baba Yaga con l’intenzione che non faccia ritorno. Eppure proprio quel viaggio, concepito come una condanna, diventa un’iniziazione. Attraversando prove durissime, Vasilissa conquista una coscienza femminile più profonda. Il tentativo di annientarla si trasforma, paradossalmente, nel luogo della sua individuazione.

Lo stesso archetipo compare in Cenerentola. Anche qui il femminile persecutorio è rappresentato dalla matrigna e dalle sorellastre, che umiliano la giovane, la privano della dignità e cercano di relegarla in una posizione servile. La protagonista non si ribella apertamente, forse perché avverte che farlo la esporrebbe a un pericolo ancora maggiore. Conserva però qualcosa che le altre hanno perduto: il legame con la propria anima e con l’amore originario ricevuto dai genitori.

Gli animali, la natura e la fata madrina rappresentano le forze del Sé che intervengono quando l’Io non riesce più a trovare risorse. Esse le mostrano, anche se solo per una notte, la sua autentica natura. Sarà poi Cenerentola a dover compiere l’ultimo passo, riconoscendo il proprio valore. La scarpetta di cristallo diventa così il simbolo della sua identità autentica: non è il principe a salvarla, ma è il principio maschile interiore — l’Animus — che rende possibile un atto di autodeterminazione.

Per secoli queste fiabe sono state interpretate come un invito a sopportare la sofferenza nella speranza di una futura ricompensa. Molte donne hanno così imparato a sacrificarsi, attendendo che il destino — o un principe azzurro — restituisse loro ciò che era stato perduto.

La realtà psicologica è, tuttavia, più complessa.

Il lavoro terapeutico: dalla ferita all’individuazione

Il trauma del tradimento della sorellanza si inscrive in una psiche ancora immatura, ingenua e vulnerabile, che avrebbe bisogno di sostegno, contenimento e guida da parte di un femminile adulto e generativo. Quando invece incontra dominio, invidia, paura, o fragilità affettiva, può sviluppare profonde frammentazioni interiori, difficoltà relazionali e una persistente incapacità di fidarsi delle altre donne. Il trauma, di per sé, non conduce automaticamente all’individuazione.

L’individuazione non è il premio per la sofferenza subita. È il frutto di un lungo lavoro di consapevolezza. Richiede un percorso capace di incontrare il dolore, riconoscere l’invidia ricevuta, elaborare la rabbia e recuperare il diritto di esistere senza dover continuamente giustificare la propria luce o nasconderla per paura di essere attaccate.

In questa prospettiva, la psicoterapia del profondo accompagna il passaggio dall’archetipo della Vittima a quello della Guerriera e, infine, della Regina: una donna capace di autodeterminarsi senza rinnegare la propria sensibilità.

Le fiabe ci ricordano, tuttavia, che ogni personaggio appartiene anche alla nostra psiche. La matrigna, le sorellastre, la madre perduta, Baba Yaga e la giovane protagonista sono aspetti interiori che convivono dentro ciascuna di noi. Individuarsi significa riconoscerli, differenziarli e impedire che il femminile ferito continui inconsapevolmente a governare la nostra vita, alimentando un dialogo interno fatto di continue mortificazioni e riproponendo, giorno dopo giorno, il trauma della “sorellastra”.

Forse il compito più difficile non è perdonare chi ci ha tradite, ma interrompere la trasmissione della ferita del femminile. Significa scegliere di non entrare, a nostra volta, nella competizione con le altre donne; trasformare la rabbia in forza d’animo, la fragilità in lucidità, l’invidia in ammirazione e la paura della bellezza nella capacità di onorarla.

Quando una donna riesce a riconoscere il proprio valore senza negare quello delle altre, il cerchio comincia a ricomporsi e la ferita può finalmente iniziare a rimarginarsi, per sé e per le generazioni future.

È allora che il femminile torna a essere realmente generativo. L’anima del femminile rifiorisce come un seme rimasto a lungo sotto terra, in attesa della stagione giusta per manifestare tutta la propria bellezza. A quel punto l’invidia, la gelosia e le ostilità provenienti da altre donne non smettono ovviamente di esistere, ma perdono il potere di definirci e di farci soffrire. Diventa possibile riconoscerle per ciò che sono: l’espressione di ferite ancora aperte, che soltanto chi le porta può scegliere di guarire.

dr.ssa Emanuela Pasin

Psicologa psicoterapeuta
Verona, 25 luglio 2026

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